giovedì 16 aprile 2015

Il Matrimonio è un fatto privato (scena finale del film Casomai)






Stefania e Tommaso sono una coppia giovane, alle prese con scelte impegnative.
La prima scelta è quella di sposarsi e di sposarsi in chiesa. Non considerano il sacramento come un valore: le nozze in chiesa sono un gesto per far piacere ai parenti. Alla domanda diretta di don Livio: “Siete credenti?” rispondono onestamente, anche se un po’ imbarazzati: “Credenti… siamo battezzati… un po’ come tutti”. 
In loro c’è però un grande desiderio di autenticità: l’impegno che si assumono con il matrimonio non è un gioco. Sono consapevoli di tutta la responsabilità che comporta. 
Stefania si esprime con un’immagine poetica: il matrimonio, secondo lei, somiglia a due pattinatori sul ghiaccio: “Certe volte m’incanto a guardare al televisione quando ci sono le gare di pattinaggio artistico sul ghiaccio… e in genere sono coppie. Mi affascinano perché, nonostante siano su quelle lame così instabili, su un terreno scivoloso, mi danno sempre la sensazione di un’intesa perfetta”.
Anche Tommaso ha delle convinzioni precise. Mentre sono in montagna, con gli amici commentano la separazione di una coppia che non era sembrata molto convinta nemmeno il giorno del matrimonio: “Chi li ha costretti a sposarsi? Voglio dire, oggi uno c’ha un sacco di alternative. Può essere single, fidanzato, convivente, coppia aperta, chiusa, semichiusa, sex, bisex, trisex… cioè, che senso ha e che bisogno c’è di sposarsi? […] Sposarsi è un impegno preciso che uno si prende per tutta la vita”. Gli altri lo prendono in giro: “Esagerato!”
“No! Quando uno si prende un impegno, se lo prende e basta. Non è che te lo prendi pensando che, alè, un giorno puoi cambiare idea e non vale più. […] Certo che uno può sbagliare, è un diritto di tutti. Però non può neanche diventare una regola. E soprattutto uno si deve far carico delle conseguenze”.
Anche chi parte deciso e convinto come Stefania e Tommaso, comunque, deve fare i conti con il quotidiano e le scelte che impone. Il primo figlio, Andrea, è accolto con grande gioia e desiderio, ma anche con paura: che cosa sarà di lui? E che sarà di loro, ora che da coppia diventano una famiglia? Andrea assorbe tempo ed energie, mentre loro si sento sempre più esclusi dal giro delle loro amicizie. La generazione precedente sembra non volere o no poter dare aiuto: i genitori di Tommaso rifiutano di andare anche solo per una sera a casa del figlio e della nuora. Christel, la mamma di Stefania, divorziata dal marito, sta bruciando la sua esistenza con l’alcool. Ci vuole una nonna che sappia essere veramente tale e la trovano in Mena, affettuosa, casalinga, piena di buon senso.
Una donna buona e generosa che non tace di fronte alla verità: quando Stefania si riscopre incinta e decide di abortire, Mena va via, addolorata da quella scelta che proprio non riesce a comprendere: “Le nonne dicono quello che pensano: i bambini non si buttano mica via!”. Stefania non sa più come condurre la sua vita: fra le mura di casa si sente soffocare, tornata a lavorare, dopo tanto tempo fuori dal giro, è stata relegata agli ultimi posti. Con il marito si stanno allontanando sempre di più: “La cosa peggiore è che non parliamo più” sussurra sconfortata.
Tommaso, dal canto suo, è messo sotto pressione dal lavoro: dovrebbe essere sempre agguerritissimo e nel suo ambiente non si tollera che qualcuno possa vivere per un interesse diverso dalla carriera. Dopo tanto impegno, Tommy si vede negare la prestigiosa campagna pubblicitaria per un’automobile, visto che: “Adesso che ha famiglia sarà sempre meno disponibile”. Si sente messo da parte e non sa come conciliare gli impegni: “Se mi dedico alla famiglia perdo il lavoro. Se mi dedico al lavoro perdo la famiglia. Che devo fare?”
In maniera eloquente, D’Alatri ripropone la metafora del pattinaggio sul ghiaccio, ma non sono più una coppia che danza con armonia: sono due corridori che s’inseguono, assordati dai pettegolezzi, le malignità, i giudizi, le ironie delle persone che li circondano. Sono in antagonismo, l’uno con l’altra: lei posa per una campagna pubblicitaria concorrente, lui va a letto con un’altra donna.
La società non li aiuta assolutamente: per avere degli sgravi fiscali, l’unico consiglio che il commercialista sa dare a Tommaso è: “Perché non divorzi?”, per finta, solo per far figurare le spese degli alimenti, ma non è di sicuro un invito costruttivo. D’altra parte, anche Stefania si sente suggerire la stessa cosa quando va ad iscrivere Andrea all’asilo nido: se lei fosse divorziata, suo figlio potrebbe entrare nella graduatoria degli aventi diritto.
Per questo, concludendo la sua omelia, don Livio insiste sulla dimensione sociale del matrimonio: “Da soli, come potrebbero farcela? Come potrebbero resistere?”. Certo, l’impegno se lo prendono gli sposi, ma sarebbe diverso se intorno, gli altri, aiutassero la coesione, sostenessero, incoraggiassero, invece di giocare al massacro, quasi dando per scontato che un amore debba finire. “Come si fa a pensare che l’amore possa dissolversi così, scomparire all’improvviso? – chiede don Livio – Io credo invece che l’amore sia rimasto sepolto, soffocato sotto una grande quantità d’interferenze, di intrusioni, di pressioni di ogni genere, che nulla hanno a che vedere con l’amore”.
Senza trascurare l’importanza di un’intimità profonda, che va alimentata costantemente, e che il sacerdote invita a sperimentare fin dal momento del Sì: l’ultima parte del rito la fa vivere agli sposi da soli, come invito a ritornare sempre a quella celebrazione come alla radice fondante. Ed è bello vedere le reazioni degli invitati che aspettano gli sposi fuori dalla chiesetta: riflettono, si guardano, le coppie in difficoltà tornano a cercarsi, quelle in armonia si sfiorano con dolcezza… ciascuno recupera la dimensione dell’intimità e dell’intesa. Un augurio che si riversa su Stefania e Tommaso che escono raggianti sul sagrato.


















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